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Confronto sull’art. 21 della “Dichiarazione universale dei Diritti Umani e Civili delle Nazioni Unite”.

Troppe bugie sul Tibet
7 settembre 2009

PER CHI AMA CAPIRE FINO IN FONDO
Non è solo una questione di rispetto dei diritti umani… La lettera di Mariateresa Bianca, che segue l’estratto dal discorso del Dalai Lama, illustra con grande chiarezza il preoccupante futuro che la politica cinese sta disegnando per tutti noi. Vi consiglio di cuore di leggerla, perché contiene un scorcio del programma di governo cinese di cui poco si parla.
E che spiega l’ingente investimento di capitale nella costruzione di gigantesche infrastutture che vidi nel mio viaggio in Tibet nel 2004.
Il tema del mancato rispetto dei diritti del popolo tibetano è per il governo cinese il conveniente paravento dietro il quale nascondere un programma che porterà conseguenze pesanti sull’economia e l’ambiente di tutti i paesi “oltremuraglia”, il nostro compreso. Un modo per deviare l’attenzione su temi umanitari, impedire “per questioni di sicurezza” i sopralluoghi non spirituali in Tibet e assicurarsi maggior agio nella realizzazione di ben altri progetti oltre a quello del genocidio di una minoranza.

Una riflessione, un’ipotesi…

budd

DISCORSO  DI S.S. IL XIV DALAI LAMA DEL TIBET “Troppe  bugie, sul Tibet il mondo cerchi la verità” Dharamsala  (India), 7 aprile 2008
Dal  10 marzo di quest’anno stiamo assistendo a molteplici proteste e  dimostrazioni in molte zone del Tibet – e perfino di studenti in alcune  città della Cina – che rappresentano il punto di esplosione di un’angoscia  fisica e psicologica provata per lungo tempo dai tibetani, nonché  l’espressione di un profondo risentimento contro l’oppressione dei diritti  umani del popolo tibetano.

Risentimento per la mancanza della  libertà religiosa, per il tentativo di distorcere in ogni occasione  possibile la verità. (…) L’uso delle armi e della violenza per reprimere  e disperdere le manifestazioni pacifiche del popolo tibetano mi rattrista  profondamente. Tali interventi  hanno scatenato disordini in Tibet, hanno provocato molte vittime e  moltissimi feriti, molteplici arresti. (…) Di fronte a questo io mi  sento del tutto impotente. Prego per tutti i tibetani e i cinesi che hanno  perso la vita.

Le recenti proteste in tutto il Tibet hanno non  soltanto contraddetto ma anche fatto a pezzi la propaganda della  Repubblica popolare cinese, secondo la quale ad eccezione di pochi  “reazionari” la stragrande maggioranza dei tibetani vive una vita prospera  e felice. Queste proteste hanno invece chiaramente evidenziato che i  tibetani di tre province – U-tsang, Kham e Amdo – hanno le stesse  aspirazioni e  speranze. Inoltre hanno fatto comprendere al mondo intero che la questione  tibetana non può più essere trascurata. (…) Il coraggio e la  determinazione dei tibetani che hanno rischiato il tutto per tutto (…)  sono molto ammirevoli e l’opinione pubblica internazionale ha compreso e  sostenuto lo spirito di questi tibetani. (…)

Presidenti,  primi ministri, ministri degli Esteri, Premi Nobel, parlamentari e  cittadini preoccupati di ogni angolo del mondo stanno inviando un  messaggio forte e chiaro alla leadership cinese affinché ponga  immediatamente fine alla violenta repressione contro il popolo tibetano.  Hanno incoraggiato il governo di Pechino a seguire una strada per  raggiungere una soluzione reciprocamente vantaggiosa. Dovremmo creare  l’occasione affinché i loro sforzi diano risultati positivi. So che siete  provocati a ogni livello possibile, ma è importante che vi atteniate alla  pratica della non-violenza.

Le autorità cinesi hanno fatto  dichiarazioni menzognere contro di me e contro l’Amministrazione Centrale  Tibetana, accusandoci  di aver istigato e orchestrato gli avvenimenti in Tibet. È assolutamente  falso: io ho ripetutamente lanciato appelli affinché un ente indipendente  e internazionale si facesse carico di un’inchiesta approfondita per  valutare quanto è accaduto. (…) Se la Repubblica Popolare Cinese ha in  mano prove e testimonianze a supporto delle affermazioni fin qui fatte,  dovrebbe renderle note al mondo intero. Fare dichiarazioni non supportate  da prove non è sufficiente.

Per il futuro del Tibet, ho deciso di  trovare una soluzione nell’ambito della Repubblica Popolare Cinese: dal  1974 sono rimasto fedele all’approccio reciprocamente vantaggioso della  Via di Mezzo. Ormai il  mondo intero lo conosce: significa che tutti i tibetani devono essere  governati da un’amministrazione che goda di una significativa autonomia  regionale e nazionale, con tutto ciò che questo comporta -  autodeterminazione, piena responsabilità decisionale – tranne che per le  questioni inerenti alle relazioni estere e alla difesa nazionale.  Tuttavia, sin dall’inizio ho detto che i tibetani hanno il diritto di  decidere il futuro del Tibet.

Ospitare i Giochi Olimpici  quest’anno è motivo di grande orgoglio per il miliardo e duecento milioni  di cinesi. Fin dall’inizio ho appoggiato la decisione di disputare le  Olimpiadi a Pechino. La mia posizione  è immutata. Credo che i tibetani non dovrebbero ostacolare in nessun modo  i Giochi: ma è diritto legittimo di ogni tibetano lottare per la propria  libertà e il rispetto dei propri diritti. D’altro canto, sarebbe inutile e  non gioverebbe a nessuno se facessimo qualcosa che creasse odio nell’animo  del popolo cinese. Al contrario: dobbiamo favorire la fiducia e il  rispetto nei nostri cuori al fine di creare una società armoniosa, in  quanto essa non può nascere sulla violenza e l’intimidazione.

La  nostra lotta è contro alcuni esponenti della leadership della Repubblica  Popolare Cinese e non con  la popolazione cinese. Pertanto non dovremmo mai dare adito a  incomprensioni o fare qualcosa che possa nuocere alla popolazione cinese.  (…)

Se l’attuale situazione in Tibet dovesse perdurare, temo che  il governo cinese possa esercitare ancora più forza e aumentare  l’oppressione del popolo tibetano. (…) Ho ripetutamente chiesto alla  leadership cinese di fermare immediatamente l’oppressione in ogni zona del  Tibet e di ritirare i suoi soldati e le sue truppe armate. Se ciò desse  risultati, consiglierei ai tibetani di interrompere le proteste.

Voglio sollecitare i miei concittadini tibetani che vivono fuori  dal Tibet a essere quanto mai vigili. (…) Non  dovremmo impegnarci in nessuna azione che possa anche minimamente essere  considerata violenta. Perfino in presenza di provocazioni, non dobbiamo  mai permettere che i nostri valori più preziosi e profondi siano  compromessi. Credo fermamente che conseguiremo il successo seguendo la  strada della non-violenza. Dobbiamo essere saggi, comprendere da dove  nascono l’affetto e il supporto dimostrati senza precedenti per la nostra  causa.

Infine, desidero ripetere ancora un’ultima volta il mio  appello ai tibetani affinché pratichino la non-violenza e non si  allontanino mai da questo cammino, per quanto grave possa essere la  situazione.
(Discorso pronunciato a Dharamsala, India,  il 7 aprile 2008. Traduzione di Anna Bissanti)

LETTERA  APERTA DA DHARAMSALA, INDIA Da  Mariateresa Bianca, 14 aprile ‘08, Dharamsala, India

All’Hotel  Ahok in New Delhi, il giorno 27 marzo, 2008, ho sentito un tonfo al cuore  e un’ondata di tristezza quando Sua Santità, il XIV Dalai Lama,  rispondendo alla domanda di Piero Cerri, un vecchio studente di buddismo  tibetano, sul cosa possiamo fare per contribuire ad una soluzione pacifica  della questione tibetana, ha risposto che il Tibet, insieme alla sua ricca  eredità culturale è in via di estinzione, sta  morendo.

Non  che non lo sapessimo, ma queste poche parole, pronunciate con un lungo  sospiro, mi hanno spezzato il cuore e mi hanno fatto decidere che dobbiamo  e possiamo fare qualcosa.
Per tutti  quelli che sono stati toccati, in un modo o nell’altro, direttamente o  indirettamente, dal buddismo tibetano in generale e da S.S. in  particolare, questo e’ il momento di darsi da fare, altrimenti potrebbe  essere troppo tardi.
Chi è stato toccato senz’altro sentirà questa  chiamata, ma anche chi non ha avuto particolari connessioni sentirà un  forte senso di ingiustizia leggendo le notizie e argomentazioni che ho  raccolto qui di seguito.

La prima e più importante ragione di fare  qualcosa per salvare la ricca cultura tibetana è che in essa sono  contenuti insegnamenti che hanno la potenzialità, se messi in pratica,  di contribuire in modo significativo a risolvere molti dei problemi che  l’umanità, ma anche il mondo vegetale e animale, stanno sperimentando  oggi.

La dimostrazione del tipo di trasformazione che questi  insegnamenti hanno la capacità di operare era di fronte a me quel giorno  all’hotel Ashok !!
Durante il discorso pronunciato a Washington in  occasione del conferimento della medaglia d’oro, S.S.  ringraziando  tutti disse che i valori umani che è sempre impegnato nel promuovere, gli  sono stati trasmessi prima da sua madre e poi dai suoi maestri, e  sottolineò che era grazie all’ambiente culturale in cui era cresciuto  che  aveva avuto la possibilità di essere prima esposto  a quelle qualità  interiori e poi di aver potuto coltivarle.
Questo dimostra come sia  anche nostra la responsabilità di contribuire alla salvezza di questa  cultura che è da considerare “un patrimonio dell’umanità” e come tale  dovrebbe essere protetta.
Proteggere questo antico gioiello che ha la  capacità di rispondere a molti dei quesiti moderni comincia  dall’informarsi sui fatti; diventa nostra responsabilità cercare le  notizie veritiere.

Dal punto di vista della storia moderna, il  Tibet è stato vittima di una delle più pesanti manovre colonialiste degli  ultimi 50-60 anni.
Un immenso territorio (non solo quello  che va sotto il nome di TAR: Tibetan Autonomous Region, ma tutte quelle  aree a cultura tradizionalmente tibetana annesse direttamente alla  Repubblica Popolare Cinese e che sono  grandi due volte il TAR ed  inglobate oggi nel Qinhai, Sichuan, Gansu e Yunnan), con i suoi abitanti,  risorse naturali, specie vegetali e animali rarissimi hanno cambiato  proprietà passando dalle mani dei suoi legittimi e originali proprietari a  quelle di una delle più potenti e popolate nazioni della terra.
Non che  questo non fosse già avvenuto nel passato in scala altrettanto grande, ma  il Tibet è stato uno degli esempi più recenti  di una politica colonialistica obsoleta e datata che impone di  appropriarsi della terra del proprio vicino di casa per raggiungere  l’obiettivo della propria sicurezza nazionale.
Con la conseguenza però  che percentuali sempre più alte del bilancio nazionale devono essere spese  per continuare a garantirsi il possesso di questi territori.
Comunque  sotto gli occhi di India, Inghilterra, America e Russia che facevano finta  di non vedere,  avendo altri punti sulla loro agenda con la Cina,  l’invasione, violazione e annessione del Tibet avvenne tra il ’49 e il  ’59.
Quella volta il mondo girò le spalle al Tibet, ma oggi,  grazie  a una nuova consapevolezza dell’umanità nel suo conplesso, possiamo  evitare di ripetere lo stesso errore poiché ci rendiamo conto che la  perdita di questa cultura è una nostra perdita e il genocidio di questo  popolo è come l’uccisone di una parte di noi ed entrambe sono cose  inaccettabili !

Il genocidio del popolo tibetano sta avvenendo con  grande rapidità attraverso il trasferimento di popolazione cinese e il  conseguente tentativo di assimilare i tibetani ai cinesi.
Le cifre sono  allarmanti: nella capitale, Lhasa, i tibetani rappresentano già oggi solo  una minoranza della popolazione, circa un terzo e la tendenza in  corso  porta solo a peggiorare la situazione. Secondo fonti attendibili, dopo i  giochi olimpici, un nuovo milione di cinesi  verranno a stabilirsi  nel TAR.
Anche dal punto di vista ambientale c’è motivo di essere  molto preoccupati dell’irresponsabile politica cinese sul territorio  tibetano considerando i danni, che da essa derivano e che tutti noi  dobbiamo subire.
Con la stessa velocità con cui procede l’economia  cinese, procede anche la deforestazione che sta creando un effetto di  desertificazione sull’altopiano tibetano con risultati osservabili anche  da immagini satellitari, dove si nota una colonna di aria calda che si  innalza dalle regioni orientali tibetane e che  va a disturbare le forti correnti d’aria stratosferiche, o come pure il  riscontrato scioglimento di molti ghiacciai.
L’attivita’ di  deforestazione ha ridotto l’area coperta da foreste del 30 o 40%, a  seconda delle regioni, tra il 1950 e il 1985. Inoltre strade continuano ad  essere costruite per raggiungere le regioni più isolate da disboscare con  ulteriore distruzione dell’habitat naturale.
Per non parlare della  situazione dell’acqua con il terrificante doppio progetto di deviare le  acque e costruire la più grande stazione idroelettrica nel mondo sul fiume  Yarlung Tsampo (Brahamaputra) che avrebbe conseguenze catastrofiche per  tutti i paesi orientali bagnati attualmente dalle sue acque  che  resterebbero a bocca asciutta o sarebbero ridotti a ricomprare dai  cinesi  l’acqua se questo progetto dovesse essere intrapreso nel  2009.
Il progetto include l’uso di materiale nucleare nelle esplosioni  (PNE: Peaceful Nuclear Explosion) necessarie per costruire un tunnel di 10  miglia attraverso il monte Namcha Barwa come pure l’inondazione e  conseguente scomparsa dello straordinario e non ancora completamente  classificato habitat del canyon “della Grande Curva” che solo recentemente  è stato esplorato a fondo e dichiarato il più lungo e profondo canyon nel  mondo.
Quest’area si chiama in tibetano Pema Ko ed è stata considerata  sacra da generazioni di tibetani.
La problematica insita  nell’irresponsabile uso dell’acqua da parte delle autorità cinesi non può  essere sottovalutato considerando il fatto che dall’altopiano tibetano  sgorgano tre dei dieci maggiori fiumi del mondo: il Brahmaputra (o Yarlung  Tsampo in Tibet), lo Yangtze e il Mekong; come pure molti altri grandi  fiumi: il Fiume Giallo, il Salween, l’Arun, il Karnali, il Sultej e   l’Indo.
Il 90% delle loro acque scorre a valle in Cina, India,  Bangladesh, Nepal, Pakistan, Tainlandia, Myamar, Laos, Cambogia e  Vietnam.
Per concludere, è realistico considerare che il problema  ambientale tibetano tocca non solo i sei milioni di tibetani, ma i molti  altri milioni di  abitanti dei paesi confinanti e indirettamente tutti noi, visto che sono  state provate le conseguenze a livello mondiale di danni effettuati a  livello locale.

Ancora una volta non posso evitare di considerare  l’enorme apporto all’umanità costituito dal principio
così spesso  citato da S.S., e cioè quello dell’interdipendenza. Non solo dal punto di  vista filosofico, come colonna centrale degli insegnamenti buddisti, ma  anche per quanto riguarda i tentativi di risolvere problematiche  politiche, sociali e ambientali questo principio  dell’interdipendenza,  patrimonio della cultura tibetana, è altamente  significativo e utile.
Solo tenendo conto di questo potremo capire come  noi tutti dipendiamo gli uni  dagli altri e come sia irrealistico pensare di risolvere i problemi solo a  livello locale, riusciremo così ad apprezzare la visione “della Via di  Mezzo” proposta da S.S. e dal suo governo in esilio per risolvere la  questione tibetana..

Qualcuno pensa che i danni alla cultura e  all’ambiente in Tibet siano irreversibili, ma in molti crediamo che non  sia ancora tempo di gettare la spugna e che questa non debba rimanere una  di quelle cause perse e dimenticate; se una soluzione pacifica verrà  trovata velocemente, ci sono ancora margini di possibile guarigione anche  se le ferite inferte sono  state davvero profonde.

Dicevo velocemente perchè le nuove  generazioni educate secondo i principi materialistici della società cinese  stanno mostrando di cominciare a perdere quelle qualità interiori che  hanno reso S.S. e il buddismo tibetano in generale così famosi.
Durante le rivolte spontanee cominciate il 10 marzo e non ancora  finite, sia nel Tar che in Amdo e Kham e persino in certe città cinesi, ci  sono stati incidenti di violenza.
Violenza brutale dell’esercito cinese  con perdita di molte vite umane, le cifre esatte non sono ancora state  accertate; violenze operate da “provocatori travestiti da tibetani” e  infine violenze da parte  di alcuni tibetani come espressione di una frustrazione comune derivata da  anni di umiliazioni, emarginazioni e abusi.
Tutto questo è avvenuto  contemporaneamente ad una mancaza degli insegnamenti dei tradizionali  valori culturali e spirituali tibetani, perchè etichettati come  “retrogradi” e “reazionari”.
Benché questi incidenti siano limitati a  pochi individui, come diceva Richard  Gere durante un’intervista, è  uno degli aspetti più tristi degli ultimi avvenimenti perchè dimostra di  quanto i cinesi siano stati capaci.
In quei casi, quei tibetani hanno  perso la speranza di una soluzione pacifica e il loro ricorrere alla  violenza come rimedio ai soprusi subiti significa soccombere a  quella visione ristretta di cui i cinesi si sono fatti portatori. Come  diceva S.S., i politici cinesi dovrebbero studiare un po’ di psicologia  umana e rendersi conto che con il loro comportamento possono solo  aspettarsi reazioni simili.
Se questi episodi di violenza, nella forma  di danni agli edifici, negozi e automobili della polizia, sono paragonati  alle reazioni di moltissimi monaci e monache che hanno dovuto subire  imprigionamento e torture anche per più di 20 anni, ci si rende conto del  grande pericolo che anche i cinesi stanno correndo. In quei casi è stato  riscontrato con molto stupore che non dimostravano  segni di traumi psicologici ma anzi avevano saputo trasformare quei  periodi di enormi difficoltà in una palestra spirituale dove incrementare  le loro qualità interiori. Questi individui cresciuti all’ombra della  millenaria cultura tibetana consideravano la perdita di compassione per i  cinesi o il desiderio di arrabbiarsi con loro come il pericolo più serio  che avevano dovuto affrontare durante la loro lunga  prigionia.

Immaginiamo invece per un momento, come ci consiglia di  fare il Prof. Robert Thurman (professore di Studi Buddisti Indo-Tibetani  al Departimento di Religione alla Columbia University di N.Y. e padre  dell’attrice Uma Thurman) tutto un’altro scenario, uno  scenario che, come dice Richard Gere, non è poi così lontano visto che  richiede essenzialmente solo un cambiamento nel modo di  pensare.
Immaginiamo il presidente cinese  Hu Jintao vincere,  non l’alloro olimpico, ma il Premio Nobel per la pace per aver deciso di  sedersi al tavolo delle trattative ad ascoltare finalmente ciò che S.S.  sta dicendo sin dagli anni settanta. Per aver preso con coraggio questa  opportunità che “fa tremare la terra”. Per aver capito che è  nell’interesse stesso della stabilità, unità e prosperità della Repubblica  Popolare Cinese di garantire una autentica autonomia amministrativa ai  tibetani delle tre regioni  (U e Tsang, Amdo, Kham) con la conseguente libertà per loro di usare la  loro lingua, professare la loro religione, conservare il loro distinto  modo di vita, trasmettere i tradizionali valori della loro cultura alle  nuove generazioni e prendersi cura dell’ambiente secondo i criteri già  ampiamente descritti nei loro testi.
Il presidente cinese otterrebbe il  massimo riconoscimento internazionale e sarebbe ricordato per questo.  Inoltre il governo cinese potrebbe trovare nuove soluzioni, non esplorate  finora a causa della loro attuale cecità, ai non pochi problemi sociali  interni causati da un’industrializzazione esasperata, da un deterioramento  ambientale senza precedenti, da una mancanza di  valori morali e concomitante e allarmante aumento della criminalità.  Ascoltare S.S. può cambiare completamente la qualità della vita di più di  un miliardo di cinesi, aiutandoli a recuperare la loro stessa antica  spiritualità e a liberarsi da un modello sociale eccessivamente imperniato  su valori materialistici e militaristici.

DALAI-LAMA

Insomma immaginiamo che  la ragione vinca l’obsoleta e atavica credenza che si possano ancora, nel
21 esimo secolo, vincere guerre con la forza e la brutalità;  immaginiamo una vittoria sulla mancanza di speranza che è, ancora citando  il Prof. Thurman, il più grande ostacolo per l’umanità.

In  quest’era dell’informazione, la lotta  per la liberazione deve includere necessariamente la divulgazione e  condivisione di informazioni e perciò mi sono permessa di prendere qualche  minuto del vostro tempo prezioso chiedendovi di leggere questa lettera  aperta e richiedendovi di divulgarla se ve ne sembra il  caso.

Bianca Mariateresa

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