Confronto sull’art. 21 della “Dichiarazione universale dei Diritti Umani e Civili delle Nazioni Unite”.
Il Tibet, fino all’invasione militare da parte della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, era uno stato sovrano con un suo governo, lingua, scrittura, tradizioni culturali, sociali, religiose del tutto proprie e in nessun modo assimilabili a quelle di altri stati. Le Nazioni Unite, in tre risoluzioni successive- 1353 (XIV) del 1959, 1723 (XVI) del 1960 e 2079 (XX) del 1965 – condannarono la grave violazione dei diritti umani richiamando la Cina a rispettare e garantire i diritti umani e le libertà fondamentali del popolo tibetano incluso il diritto alla autodeterminazione
La colonizzazione del Tibet, oltre a provocare più un milione di morti e la distruzione di 6000 templi buddhisti, rappresentò quindi un’aggressione militare che ha prodotto conseguenze disastrose per il popolo tibetano, come la forzata immigrazione di milioni di cinesi con occupazione da parte della burocrazia cinese di tutte le principali cariche politiche, economiche e amministrative all’insegna di un brutale imperialismo.
Il quattordicesimo Dalai Lama fu costretto nel 1951 ad accettare un Accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet che una sua delegazione, peraltro priva di potere decisionale, era stata costretta con la forza a firmare mentre si trovava a Pechino (quindi atto giuridicamente non valido in quanto firmato in condizioni che la diplomazia internazionale definisce come “under duress”). Con la ratifica di quell’accordo il Tibet scompariva quale nazione indipendente ed entrava a far parte della Repubblica Popolare Cinese sia pure in condizioni di particolare autonomia politica, culturale, religiosa ed economica. Dalla fine degli anni ‘80, il Dalai Lama ed il governo tibetano in esilio, hanno rinunciato a rivendicare l’indipendenza del Tibet limitandosi a chiedere una “significativa autonomia” e il rispetto dei diritti civili del popolo tibetano che tuttavia non è mai stata rispettata dal Pechino.
Tale strategia, definita “Via di mezzo” e basata sulla speranza che con le autorità cinesi fosse possibile un dialogo e che questo potesse portare ad un ragionevole compromesso (”accettabile da ambo le parti” nelle parole del Dalai Lama), non ha invece prodotto alcun risultato positivo, stando anche alle sue stesse dichiarazioni in data 25.10.08. Al contrario, la politica dello “strike hard” contro tutte le richieste di autonomia delle minoranze etniche ha comportato una crescente esasperazione delle misure repressive nei confronti di qualsivoglia richiesta di maggiore autonomia. La tattica del “talk talk, fight fight” preconizzata da Mao Tze Dong ha trovato puntuale applicazione in una prassi improntata su lungaggini diplomatiche accompagnate da una spietata repressione. Gli elementi di modernità portati in Tibet dall’occupazione cinese in termini di ospedali, scuole, viabilità, commerci e sfruttamento delle risorse sono godibili in larga misura unicamente dai coloni cinesi mentre alla quasi totalità dei tibetani non è consentito nei fatti l’accesso a questo “sviluppo”. Desta inoltre indignazione la politica di sfruttamento selvaggio delle risorse del paese, della deforestazione sistematica, dello stoccaggio di scorie nucleari e dell’accaparramento del patrimonio idrico del Paese delle Nevi.
Discostandosi da una politica dimostratasi troppo attendista e fiduciosa nella disponibilità al dialogo del Partito Comunista Cinese, il Tibetan People Uprising Movement ha progressivamente raccolto un ampio malcontento della popolazione tibetana sempre più insofferente dell’occupazione del Tibet da parte della Cina e chiede senza mezzi termini l’avvio di un processo di de-colonizzazione del Paese. Il sostegno ad un governo tibetano democratico, rispettoso della grande tradizione spirituale tibetana ma autonomo nell’esercizio delle sue funzioni, radicato nel consenso popolare e in grado di rivendicare apertamente l’inalienabile diritto all’autodeterminazione del popolo tibetano, ci sembra essere l’unica, seppur ardua, prospettiva per la nascita di un nuovo Tibet in accordo anche alla Dichiarazione di Torino (http://www.dossiertibet.it/Forum2007/Forms/AllItems.htm).
Riconoscendo a Sua Santità il Dalai Lama il ruolo di massima autorità spirituale del popolo tibetano, i sostenitori di WAT ritengono tuttavia che la politica del governo tibetano in esilio si sia rivelata, in oltre 20 anni di esperienza, irrealistica di fronte alle pretese di totale annessione del Tibet alla Repubblica popolare cinese. WAT si associa quindi ad Organizzazioni significative della società tibetana come lo Youth Tibetan Congress e il National Democratic Party of Tibet che interpretano una vasta e crescente componente del popolo tibetano che, pur rimanendo sempre all’interno di una logica di rigorosa non violenza, intende confrontarsi criticamente con il governo di Pechino, contestando la legittimità del suo dominio coloniale del Tibet e rivendicando il suo inalienabile diritto alla autodeterminazione.
La grave violazione anche delle più elementari forme di democrazia, l’ostinato rifiuto a missioni di inchiesta dell’ONU, della Croce Rossa o di Amnesty International e la chiusura del Tibet ad ogni forma di testimonianza giornalistica indipendente, pongono la Cina al di fuori del consesso civile di stati che si riconoscono nel diritto internazionale e nell’ideale della pacifica convivenza tra i popoli. Oggi la Cina rappresenta, grazie anche al suo diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il maggior ostacolo al progredire del rispetto dei diritti umani nel mondo. Ne sono testimonianza le 10.000 esecuzioni capitali all’anno comminate senza alcuna tutela legale per il condannato, in coerenza con il sistema legale cinese che sancisce “prima il verdetto, poi il processo”. L’introduzione del reato di “minaccia per la sicurezza sociale” e la conseguente legittimazione ad arresti e procedure di detenzione in regime di “segreto di stato”, privano di fatto gli inquisiti di ogni possibile difesa e li espongono a processi ultrarapidi cui segue spesso l’immediata esecuzione della condanna a morte sovente accompagnata (spesso anche prima del decesso) dall’espianto di organi a sostegno delle spese del sistema sanitario e degli apparati di repressione.
Come cittadini del Mondo che si sentono coinvolti nelle drammatiche vicende del popolo tibetano e considerano anche loro responsabilità la tutela del grande patrimonio spirituale, culturale e ambientale del Tibet ritenendolo tesoro comune dell’intera umanità, intendiamo mobilitarci per una azione globale di solidarietà alla causa tibetana promuovendo una massiccia campagna mediatica e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica mondiale attraverso AZIONI DI LOTTA CONCRETA quali:
NESSUN PAESE OCCIDENTALE DA SOLO PUO’ SOTTRARSI AL RICATTO ECONOMICO CINESE, MA UN GRUPPO DI PAESI UNITI AVREBBERO LA FORZA DI FARLO.
SOLO SE LA CINA VALUTERA’ POCO CONVENIENTE, SOPRATTUTTO SOTTO IL PROFILO ECONOMICO E DELLA SUA IMMAGINE NEL MONDO, L’OCCUPAZIONE DEL TIBET RINUNCERA’ AL SUO DOMINIO COLONIALE.
PER EVITARE ALTRO SANGUE E PER DARE SOSTEGNO ALLA LOTTA PER L’ INDIPENDENZA DEL TIBET, CHIEDIAMO A QUANTI SONO SENSIBILI ALLA GIUSTA CAUSA TIBETANA DI DARE UN CONTRIBUTO DI IDEE E DI AZIONI CONCRETE A SOSTEGNO DEL DIRITTO INALIENABILE DEL POPOLO TIBETANO ALLA LIBERTA’ E ALLA AUTODETERMINAZIONE.
Clicca qui per aderire al manifesto per un Tibet libero