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Confronto sull’art. 21 della “Dichiarazione universale dei Diritti Umani e Civili delle Nazioni Unite”.

IL TIBET DI FOSCO MARAINI
30 settembre 2009

Parlare, scrivere del Tibet mi riempie di commozione, da un lato per i ricordi indelebili dei viaggi che ebbi la fortuna
di poter fare in quel lontano paese tanti anni or sono, dall’altro per il terribile destino toccato più di recente ad un
popolo isolato sugli altopiani nel cuore dell’Asia, un popolo buono, generoso, accogliente, colpevole solo, agli occhi
di chi lo tormenta, d’un attaccamento appassionato alle proprie tradizioni più genuine. E non è proprio in queste
tradizioni ch’esso scopre radici salde e autentiche di una inconfondibile identità culturale? Ma torniamo ai viaggi.
Chi dimenticherà mai le tappe d’accesso al mondo sconfinato del Tibet? A quei tempi non c’erano né strade né
veicoli. Si procedeva a piedi, come avevano fatto i pellegrini, pastori, mercanti lungo i millenni. Avveniva dunque di
centellinare ora per ora, giorno per giorno, gli spettacoli della natura. Si celebrava uno sposalizio col paesaggio,
trattenendosi a lungo, in amorosi abbracci, coi suoi spettacoli più belli. Partimmo dai confini settentrionali dell’India
a nord di Calcutta. Le prime marce avevano luogo attraverso le foreste semitropicali del Sikkim, una vallata lunga e
profonda che si addentra nell’Himalaya, un po’ come la Val d’Aosta s’addentra nelle Alpi. Pioveva, pioveva. Forme
misteriose di colossi vegetali dalle caratteristiche nuove e sconosciute apparivano e subito si dissolvevano nel
vaporoso nulla delle nebbie primaverili. Qua e là dei fiori sontuosi appesi a mazzi sugli alberi attraevano lo sguardo
per i loro colori, e l’olfatto per ondate di profumi eccessivi. Felci roride, verdissime, addobbavano i tronchi più vecchi
caduti di traverso, liane smisurate pendevano nel vuoto come serpi o draghi sornioni. Torrenti furibondi precipitavano
a valle in un turbinio di gorghi e di spume, producendo un fracasso indicibile. La natura in fase distruttiva e feroce, il
mito di Shiva spiegato al popolo. I torrenti levigavano le rocce della riva scolpendole, mettendo in risalto venature
d’antichità incomputabile, milioni di anni tracciati in anse e ghirigori, quasi geroglifici di stupenda vecchiezza della
madre terra. Poi, quasi di colpo, la nuvolaglia si ritirava, s’apriva. Ecco il sole: e lassù, sei, settemila metri più alta
di noi, incorniciata dai fiori regali della datura, la vetta del Cancenzongà, una delle montagne più eccelse e
monumentali del pianeta. Ti sentivi annichilito: e d’altra parte sublimato. Se la natura è rilevazione perenne del
divino, questa era la massima delle cattedrali. Lentamente salivamo guadagnando quota. La fatica rendeva le
conquiste più dolci e piene perché ambite a lungo e perciò meritate. I passaggi di regno in regno degli orizzonti
naturali avevano luogo in modo quasi fulmineo. Dopo le foreste tropicali, ecco le abetaie oscure e odorose di resine
e di fragole. Più in alto traversavamo boscaglie senza fine di rododendri in fiore, un magico carnevale di colori. Infine
un giorno ecco la neve. Il cielo scoppia d’azzurro. Si varca la grande giogaia. Ci si avvia verso la sconfinata libertà di
orizzonti dell’altopiano, oltre i quattromila metri. Questo è il vero Tibet: la vastità è tale che si perde ben presto la
percezione delle distanze. Una catena di vette parrebbe sorgere a qualche ora di cammino da noi, in realtà
occorrono poi due o tre giorni per raggiungerne i piedi. E quei puntolini minutissimi, quasi microbi semoventi tra le
piagge petrose che sono? Cammina cammina t’accorgi ch’è una carovana!. Ti veniva in contro da ore. Certi effetti
ottici sono marini, oceanici: oceano di sassi viola e sabbie arancioni. Montagne lontane appaiono prima come
isole, poi, avanzando, “salgono dall’orizzonte”, proprio come avviene in mare, sbocciano di là dalle curvature della
terra: finalmente se ne vedono i piedi e se ne apprezza l’imponente elevazione. Oggi numerose strade camionabili
traversano il Tibet in lungo e in largo (e questo è ovviamente un aspetto positivo degli eventi, altrimenti luttuosi,
occorsi nei decenni a noi più vicini), ma in quei tempi lontani si viaggiava soltanto a cavallo, a dorso di mulo, di yak,
di cammello, oppure a piedi – salvo gli altissimi personaggi che percorrevano le tappe solennemente in lettiga. Le
carovaniere assalivano i monti, o ne precipitavano, con incantevoli noncuranza e capriccio, ora ripidissime, ora
mansuete, ed in pianura raramente puntavano dritto allo scopo, vagando invece di qua e di là con simpatica
imprecisione. Viaggiare era continua scoperta, perenne sorpresa. Una caratteristica impensata del paesaggio
tibetano è data dalla presenza di laghi, talvolta vasti o vastissimi, in maggioranza fortemente salati. Sulle rive
parrebbe a prima vista notare del ghiaccio, poi andando a vedere constata che è sale rappreso: in quei vasti
specchi tranquilli, profondi, apparentemente voragini di spazio, si riflettono le nubi o le cime lontane coperte di neve.
Le carovaniere erano contrassegnate dalla frequenza di scheletri, o carcasse di animali al servizio dell’uomo, caduti
chissà quando, chissà come, sfiniti dagli sforzi, dalla fatica, dai languori dell’altitudine. Avveniva di sorprendere
gruppi di avvoltoi, o cani, che emergevano da ventri nauseabondi di carcasse ancor li’ da poco, osceni nella loro
bestiale soddisfazione di una antica fame. Spettacolo orrendo e disgustoso, se vogliamo, eppure sottilmente
gnomico e consolante come simbolo di impermanenza, come predica senza parole sul fatale volgere in morte e
disfacimento d’ogni specie di incarnazione: almeno cosi’ mi sembra lo vedessero i tibetani, da una particolare
angolazione buddista. Lungo le carovaniere avveniva di incontrare i molteplici e pittoreschi rappresentanti di un
mondo rimasto, per un miracolo d’equilibri, squisitamente medioevale. Era come rivivere i tempi di Boccaccio o di
Chaucer. I mercanti con i loro animali (per lo più yak), ma talvolta anche pecore, ciascuna con un piccolo prezioso
carico di sale lacustre in groppa) costituivano l’incontro più comune. Ma non mancavano gruppi di nomadi con le
loro mandrie, e c’erano spesso pellegrini coi loro miseri bagagli a tracolla. Talvolta si incrociavano lama illustri con
copricapi dorati, seguiti da monaci e seminaristi scalzi, avvolti nei loro sai color vinaccia. Un ricco mercante
passava a cavallo, coi suoi gorilla personali burberi, sospettosi, armatissimi, come uomini d’onore di Partinico o
dell’Aspromonte. Oppure ecco una nobildonna in portantina, accompagnata da ancelle a cavallo e da servi: sotto le
mantelline ed i veli da viaggio indovinavi vesti dai colori sfarzosi. Nello spiazzo di un villaggio ti imbattevi in una
troupe di saltinbanchi e danzatori girovaghi, quasi tutti mascherati, che ripetevano per un obolo in moneta o in
burro, per la gioia dei contadini, parti dell’amatissimo dramma “Thrimikunden”. Talvolta passava come un razzo,
correndo, un postino: alla vita portava la bisaccia delle lettere, in mano teneva un bastone con un mazzo di
campanellini per annunciare il suo arrivo e farsi largo tra gente ed animali. In paesaggi di tanta solennità, cosi’
squisitamente puri ed augusti (cielo di turchese, monti, deserti color dell’ocra, lontane giogaie candide di ghiacci e
di nevi) ci si poteva attendere di incontrare una umanità vagamente misteriosa, forse altera, dedita a pensieri
sublimi, ad eroiche virtù, che so’ io dei Tuareg trasferiti dalle dune del Sahara alle alture di un Tetto del Mondo.
Niente affatto – e confesso che fui di primo acchito sorpreso – i tibetani si rivelavano fino dai primi incontri
intensamente, gioiosamente, fragorosamente umani. Esprimevano subito, senza timidezze né ritegni, i loro
pensieri, e soprattutto le loro emozioni. Ridevano forte, da giganti soddisfatti, ti battevano gran manate sulle spalle;
o si rattristavano fin quasi alle lacrime raccontando eventi dolorosi, fattacci finiti male. Lanciavano fischi laceranti,
ritmici, modulati, un inno di fischi potenti come fucilate, per dirigere le loro bestie in cammino. Amavano scherzi
badiali e robusti, sconfinando senza rossori in gesti e buffonate di franco erotismo. Forse le solitudini immense, gli
smisurati silenzi, l’immersione totale in grembo ad una natura tanto severa, essenziale, senza perdoni, rendono la
vicinanza umana cosi’ gradita e ricercata, la confidenza saporita e gustosa, fanno avvertire più calda e necessaria
la solidarietà umana – compresa quella con lo straniero. Appena ci fermavamo, e c’era della gente, ecco inviti a
sedersi per scambiare quattro chiacchiere (nonostante le difficoltà babeliche delle favelle disgiunte), ecco offerte di
thè tibetano con burro e sale – che all’inizio sconcerta ma poi finisce per piacere, e indubbiamente ristora come un
brodo nutriente. Certo era anche possibile intravedere un’altra faccia in questo complesso poliedro umano. Tanta
spontaneità nel bene e nell’amicizia, non poteva tramutarsi all’improvviso in ostilità rissosa? Fortunatamente non ci
capitò mai il caso, pur restando una vaga potenzialità che talvolta si annusava nell’aria. Colpiva fin dai primi giorni il
fatto che i tibetani, giovani e vecchi, uomini e donne, cantavano quasi di continuo. I viandanti cantavano
camminando, i nomadi mungendo i loro dri (incroci tra yak e bovini), i contadini arando le prode dei loro campi.
Arrivando a Phari ricordo ancora il canto corale gioioso di un gruppo di donne che battevano ritmicamente la malta
di un muro per renderla compatta: il vento portava a ondate l’esotica armonia delle voci con effetto di cullante
poesia, come avviene quando le campane di una chiesa lontana, in un giugno di grano maturo, si rafforzano o
smuoiono nel suono, sulle ali d’un maestrale gagliardo. La vita tibetana era certo durissima quasi per tutti, specie
se la paragoniamo a quella nostra d’oggi con tutti i suoi sofisticati conforti, eppure non vidi quasi i segni di quella
miseria schiacciante ed abbruttente che si riscontra spesso in India. Il canto cosi’ diffuso e totalmente spontaneo
della gente rafforzava l’impressione che prevalessero allora in Tibet la serenità, ed un grado apprezzabile di
benessere. In realtà nelle alte sfere del paese si vivevano anni molto critici, grevi di nascosti pericoli. Il tredicesimo
Dalai Lama, Thubten Gyatso, nato nel 1876, era deceduto nel 1933. La successione tibetana, avendo luogo per
reincarnazione del pontefice supremo, è costituzionalmente difficile e rende il paese a lungo vulnerabile: trascorrono
sempre quindici anni e più prima che un nuovo Dalai Lama sia stata individuato, sia cresciuto, divenga maggiorenne
ed assuma le redini di guida spirituale e temporale della teocrazia. I Dalai Lama dal nono al dodicesimo (tra il 1806
ed il 1875) erano morti giovanissimi, segretamente soppressi da chi non voleva vederli da maggiorenni sul trono di
Lhasa. Il tredicesimo era riuscito non solo a sopravvivere il passo critico della maggiore età, ma era divenuto un
pontefice dal carisma innegabile, con presa profonda sui tbetani di ogni classe, età, regione e colore di fede. Poco
dopo la morte del tredicesimo Dalai Lama, era stato scelto, quale reggente del Tibet, l’abate del monastero di
Reting, antica ed importante istituzione a nord di Lhasa. E fu proprio grazie all’opera indefessa di Reting che venne
scoperto, nel nord-est del paese, il fanciullo che poi sarebbe divenuto il quattordicesimo Dalai Lama, Tenzin
Gyatso, nato nel 1935. Purtroppo l’abate di Reting, uomo di indiscussa intelligenza, di grande dottrina e di capacità
amministrativa, non godeva fama di Santità, anzi era noto per i suoi tempestosi amori. Quando nel 1942, il
Reggente Reting avrebbe dovuto riceve dal giovane Dalai Lama i voti monastici, tra i quali quello di castità,
l’opposizione della chiesa lamaista si manifesto’ fortissima, tanto che l’alto prelato si senti’ in dovere di rinunciare
al suo posto eminente. La reggenza passò allora all’abate di Taktra, uomo dal carattere rigido, ma ritenuto
integerrimo. Pare che vi fosse stata una tacita intesa tra i due abati secondo la quale, al termine di un certo
periodo, Taktra si sarebbe ritirato rendendo la reggenza a Reting. Tale rese non ebbe mai luogo, l’abate di Taktra
rimase fermo al suo posto. Da questa strana situazione nacque un sordo conflitto che fini’ per coinvolgere prima
alcuni monasteri, poi gran parte del mondo politico e religioso del Tibet. Reting fece alcune mosse sbagliate, venne
accusato di tradimento ed imprigionato: poco dopo mori’ in circostanze oscure (1947). I suoi seguaci tentarono una
rivolta che il governo soffocò con una vera azione militare, il bombardamento del monastero di Sèra. Questi
lamentevoli eventi ebbero luogo proprio in cui si andava profilando una nuova unità cinese, quella imposta dai
comunisti guidati da Mao Zedong. E’ antica dottrina cinese che i territori una volta occupati dalle forze
metropolitane restino poi per sempre nella sfera amministrativa centrale: i diritti di conquista non si perdono mai.
Indubbiamente la dinastia Qing (1638 – 1912) aveva esercitato una larvata forma di protettorato sul Tibet. Nel 1950 i
cinesi decisero di riaffermare “gli antichi diritti” ed attaccarono con ingenti forze militari gli altipiani del Tibet. Il
“paese delle nevi”, gravemente indebolito dalle assurde rivalità tra i suoi capi, oppose una resistenza eroica, ma
disorganizzata, priva di armi, di mezzi, e dovè ben presto capitolare. Nel maggio del 1951 una delegazione tibetana
fu invitata a Pechino e dovè firmare un documento in diciassette articoli chiamato, con fine ironia, “Accordo sulle
Misure per la Pacifica Liberazione del Tibet”. In realtà il documento era liberale, si potrebbe dire addirittura
splendidamente liberale: si prometteva di rispettare il sistema polito esistente nel Tibet, di non portare cambiamenti
alla posizione, alle funzioni, ai poteri del Dalai Lama, di rispettare in pieno la religione dei tibetani, di proteggere
lama e monasteri, di promuovere le scuole o lo studio del tibetano, e tante altre belle cose. L’esercito cinese “farà
acquisti e vendite secondo giusti prezzi, non prenderà arbitrariamente né ago né filo del popolo” (articolo 13)…
magnifici propositi i quali, salvo forse per un breve periodo all’inizio, restarono come puri ornamenti sulla carta.
Quanto doveva costituire una “pacifica liberazione del Tibet” divenne ben presto “un brutale asservimento del Tibet”.
Il resto è cronaca tristemente nota. Col 1959 la durezza dell’occupazione da un lato, e la sua impopolarità
dall’altro, portarono ad una vera rivolta popolare tibetana, repressa con ferocia, in un bagno di sangue, dai cinesi. Il
Dalai Lama riusci’ a fuggire in India, con molti dei suoi, dando inizio ad un esilio che continua tuttora. Per il Tibet
prese l’avvio un lungo e doloroso calvario. Il peggio doveva ancora arrivare. Tra il 1966 ed il 1976 infieri’ su tutta la
Cina la cosiddetta “Rivoluzione Culturale”. In Tibet le follie delle guardie rosse furono rese peggiori del solito
dall’odio etnico, dal furore antireligioso, dalla mancanza assoluta di controlli. Migliaia di monaci e di civili vennero
massacrati, torturati, imprigionati, condannati a lavori coatti in condizioni bestiali: centinaia di monasteri furono
distrutti, interi santuari coi loro secolari tesori d’arti vennero rasi al suolo. Agli inizi degli anni ottanta con le riforme
di Deng Xiaoping, il panorama si rischiarò notevolmente. I tibetani poterono ricostruire qualcosa del loro passato,
riparare almeno in parte i danni del ciclone. Si aprirono anche le porte al turismo e molti stranieri poterono visitare
Lhasa ed altre città e regioni del Tibet, prima in gruppi guidati, poi anche da soli seguendo iniziative individuali.
Purtroppo nel 1987 si ebbero nuovi incidenti tra i tibetani e i cinesi e l’atmosfera si incupi’ ancora una volta. I tragici
eventi di Pechino del giugno 1989 hanno infine riportato anche in Tibet dispotismo e repressione. C’è da temere che
queste angosciose condizioni avranno soltanto fine con un a radicale trasformazione del mondo cinese. Ma
quando? Discutere coi cinesi, anche con intellettuali cinesi, del problema tibetano è impresa che fa cadere le
braccia. Essi tornano continuamente a riesumare i diritti acquisiti dalle passate dinastie imperiali sui territori
dell’altopiano. Dal punto di vista formale possono avere anche ragione. La questione è di complessità da capogiro,
basta consultare il grosso tono del Van Walt Van Praag (The status of Tibet, History, Rights and Prospects in
International Law, Boulder, Colorado, 1987) per rendersene conto. Ma che significano queste diatribe nel tardo
secolo ventesimo? Niente. Il problema si è completamente spostato, ha mutato natura. Sono cinesi e tibetani un
medesimo popolo? Da qualsiasi esame anche sommario della situazione risulta di no. E allora qualsiasi dominio
dell’uno sull’altro è atto di purissimo imperialismo coloniale, punto e basta. Che cinesi e tibetani costituiscano due
popoli, due culture, due civiltà profondamente differenti tra loro, non risponde solo a convinzioni che ci possiamo
formare viaggiando ed osservando la gente ed i loro comportamenti, vi sono sostanziali ragioni storiche che rendono
oggettiva la distinzione. Bas ilare fu l’adozione, da parte del re Songtsen Gampo (569 – 649), d’un sistema di
scrittura del tibetano ch’è sillabico e no ideografico, che deriva dall’India e non dalla Cina. Questa scelta, come
sempre, è importantissima nel corso di una civiltà. Essa ha portato ad un progressivo distacco dalla Cina, e ad un
profondo avvicinamento con l’India, alle sue religioni, ai suoi sistemi di pensiero, alle sue arti. Del resto anche il
Buddismo, che ha permeato la vita tibetana, ha le sue origini in India. Un secondo passo si ebbe con il cosiddetto
Concilio di Lhasa (792 – 794), quando maestri di filosofia buddista indiani e cinesi si confrontarono in un dibattito
approfondito di questioni religiose, ritenute allora della massima importanza. I maestri indiani riportarono vittoria, e
quelli cinesi furono ricacciati al loro paese d’origine. I legami con l’India subirono un nuovo rafforzamento. Poco più
tardi, intorno al Mille, gran parte dell’India settentrionale venne occupata da invasori musulmani provenienti da
quello che oggi è l’Afghanistan. L’Induismo si salvò per i suoi profondi legami con la famiglia, ma il Buddismo,
distrutti i grandi monasteri, ch’erano i nuclei vitali della sua esistenza, piano piano scomparve. Gli ultimi fedeli,
molti grandi maestri, abbandonarono le pianure dell’India e trovarono rifugio tra i monti dell’Himalaya, o addirittura
oltre la catena, sugli altipiani del Tibet. Questa migrazione non solo portò ad una gloriosa rinascita del Buddismo
tibetano, ma fece si’ che il Paese delle Nevi divenne, quasi per diritto di sucessione, erede diretto della tradizione
buddista indiana. Come Bisanzio poté vantarsi d’essere divenuta una seconda Roma, e Mosca una terza, dopo la
caduta di Costantinopoli in mano dei Turchi, cosi’ Lhasa poté sentirsi una seconda Bodh-Gaya. E’ anche
importante ricordare che la vigorosa presenza buddista in Tibet tenne sempre lontana l’infiltrazione della filosofia
cinese (Confucio, Mencio, Neoconfuciani), anima e cuore della civiltà e dello stato nell’universo sinico. Ultimo
passo nella costituzione di un mondo a sé stante, contraddistinto dalla più spiccata personalità etnica e culturale,
fu la crescita, prima lenta, poi addirittura esplosiva, del potere teocratico dei lama di quella setta dei Gelug-pa (“I
Virtuosi”) nati dalle profonde ed energiche riforme di Tsong-Kapa (1357 – 1419). Il V Dalai Lama, Ngawang Lozang
Gyatso (1618 – 1682), onorato con l’appellativo di “Gran Quinto” dai tibetani stessi, portò la teocrazia tibetana al
suo apogeo, sfruttando abilmente il suo carisma spirituale sui sovrani mongoli e muovendosi con grande libertà in
un’Asia orientale che si trovava in un periodo di profonda crisi, tra la caduta della dinastia Ming e l’affermazione di
quella Qing. Come si vede chiaramente una storia di ben quindici secoli ha portato i tibetani a costituirsi in una
civiltà, in una nazione, sempre più profondamente e vigorosamente individuata, vicina per certi versi all’India, ma
lontanissima dalla Cina. E questo è ciò che veramente importa, ciò che finirà con l’imporsi in un assetto mondiale
del futuro. Già oggi, nella più gran parte del mondo, il dominio d’un popolo su altri, fatto che costituisce in essenza
l’imperialismo, è sentito come grave insopportabile stridore. Solo i regimi comunisti restano sordi alle nuove
istanze. L’impero russo vacilla, almeno in alcuni dei suoi territori più esterni e d’acquisizione recente. Verrà
sicuramente anche una maturazione cinese, ed il Tibet dovrà ottenere, se non l’indipendenza, almeno una vera,
autentica, garantita autonomia. Ma torniamo ai viaggi d’una volta. Una delle mie più profonde esperienze interiori fu
la scoperta, sotto la guida generosa ed illuminata di Giuseppe Tucci, dell’arte tibetana. Non si trattava di ammirarne
delle immagini sui testi di storia, ma di vedere i monumenti stessi della pittura, della scultura, nella loro realtà:
affreschi (meglio pitture murali) di stupenda fattura, per esempio nella grande pagoda Kum-Bum di Gyantsé, e
statue mirabili, per esempio nei monasteri di Kyangphu e d’Iwang. In molti casi le nostre visite erano autentiche
scoperte. L’universo dell’arte tibetana ci si apriva in tutte le sue meraviglie, dalla finezza delle immagini in dolce
serafica meditazione, alla fantasia orgiastica e terrificante della presentazione di déi e di Buddha in aspetti feroci e
mostruosi. Non diavoli e spiriti maligni, si badi bene, bensi’ manifestazioni pugnaci del bene. Il santo armato che
affronta il male e lo sconfigge. Notizie ormai sicure ci dicono che molte delle opere ammirate e fotografate in quegli
anni lontani, “prima della tempesta”, non ci sono più. Mani empie, mani selvagge, mani barbariche le hanno
distrutte. Il monastero Kyangphu è un cumulo di macerie, quello d’Iwang ormai senza tetto cade in rovina. La
pagoda Kum-Bum, con tutti i suoi tesori è almeno parzialmente salva. Ma ciò che il mondo ha perduto nelle follie di
quegli anni di ferro e di fuoco è incalcolabile. La civiltà, ricordiamolo, è sempre un fiore tenero e costantemente in
pericolo. Battiamoci per darle luce, solo, vita!

Fosco Maraini.

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