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Confronto sull’art. 21 della “Dichiarazione universale dei Diritti Umani e Civili delle Nazioni Unite”.

Il Tibet del dissenso di Jamyang Norbu
30 settembre 2009

In una conferenza stampa tenuta in India i primi di aprile il Dalai Lama, rispondendo alle dichiarazioni di Pechino che lo accusa di essere l’ispiratore delle manifestazioni indipendentiste che hanno sconvolto Lhasa e altre aree del vecchio Tibet storico oggi incorporate nelle province cinesi del Qingai, Sichuan e Gansu, ha detto sorridendo che ormai recita come una preghiera e più volte al giorno la frase, “Il Tibet fa parte della Cina ed io non chiedo l’indipendenza”. La battuta ha fatto ridere di cuore i giornalisti presenti ma credo sia piaciuta meno a quella frangia di giovani (e non più giovani) tibetani che invece si guardano bene dal ritenere il Tibet parte della Cina e con caparbietà continuano a lottare per riconquistare l’indipendenza perduta in quel remoto sette ottobre 1950 quando l’esercito cinese attaccò sei posti di frontiera tibetani, sconfisse facilmente la resistenza delle piccole guarnigioni del governo di Lhasa per dilagare poi sul Tetto del Mondo.
Potrà suonare strano a chi è abituato a leggere le vicende del Tibet in termini di un semplicistico “Dalai Lama contro Pechino”. Il bene contro il male. Ma le cose un poco più complesse. Certo da un punto di vista simbolico e spirituale il Dalai Lama rappresenta l’intera nazione tibetana ed è raro incontrare qualcuno che non si riferisca a lui chiamandolo Kundun (la Presenza) o, più modernamente, His Holiness. Ma da un punto di vista politico in questi ultimi anni è nato una sorta di “dissenso” tibetano che sempre più apertamente contesta la linea politica della “Via di Mezzo” del Dalai Lama. Quella politica che al posto dell’indipendenza chiede per il Tibet una qualche forma di autonomia e nelle concessioni a Pechino si è spinta fino al punto di definire i tibetani “una minoranza etnica cinese”. Addirittura Kundun, in un recente appello “alle sorelle e ai fratelli cinesi”, ha dichiarato di considerarsi, “… un individuo che si prepara a divenire un membro della grande famiglia della Repubblica Popolare Cinese”. E questa dichiarazione, rilasciata immediatamente dopo la dura repressione operata da Pechino in Tibet, ha aumentato ancora il disagio di numerosi tibetani.
“Il problema è che, nonostante tutte le concessioni di His Holiness, i cinesi non si sono mossi di una virgola. Non hanno aperto nessun dialogo e continuano ad affermare che il Tibet è già una regione autonoma e va tutto bene così. Quindi rinunciare a quanto possiamo e dobbiamo rivendicare e sostenere, vale a dire l’indipendenza del nostro Paese, il fatto che siamo un popolo assolutamente diverso da quello cinese per etnia, lingua e scrittura… che il Tibet è una nazione illegalmente occupata… tutto questo, dicevo, non è servito a niente. Ecco la cruda e amara realtà”.
Chi parla è Lhasang Tsering, un punto di riferimento importante per il dissenso tibetano. Cinquantasette anni ben portati, poeta, saggista, ex carsimatico presidente del Tibetan Youth Congress, Lhasang non accetta la politica del Dalai Lama e del suo governo (Kashag). Infatti così conclude l’intervista che ci ha rilasciato, “Oggi più che mai ritengo che l’unica speranza per la sopravvivenza del popolo tibetano e della sua cultura sia la riconquista dell’indipendenza. Niente di meno niente di più.”
Posizioni molto simili a quelle del Tibetan Youth Congress, che come ha dichiarato a Limes lo scrittore e giornalista Carlo Buldrini, “E’ senza alcun dubbio la più importante organizzazione non governativa tibetana dell’esilio. Sia dal punto di vista numerico sia operativo. Il Tibetan Youth Congress possiede una straordinaria capacità di mobilitazione come ha recentemente dimostrato l’entusiasmo suscitato dalla ‘Marcia Verso il Tibet’”.
Già, la “Marcia Verso il Tibet”. Quel movimento che secondo molti osservatori internazionali è stato in India il catalizzatore di una rinnovata volontà di lotta dei rifugiati e il cui eco giunto in Tibet ha contribuito a far deflagrare la collera dei tibetani che hanno dato vita a proteste di un’ampiezza mai vista prima. Partita da Dharamsala il 10 marzo, e organizzata da cinque NGO’s tibetane (oltre alla Tibetan Youth Congress, l’Associazione delle Donne Tibetane, il Ghu-Chu-Sum, il Partito Democratico del Tibet e la sezione indiana degli Students for a Free Tibet) la “Marcia” ha in programma un lungo cammino in India per poi cercare di varcare la frontiera con il Tibet (in uno o più punti non ancora resi noti) ai primi di agosto in concomitanza con l’inizio delle Olimpiadi a Pechino.
“E’ ora per i tibetani di tornare in Tibet, di tornare a casa. E non dobbiamo preoccuparci di entrare senza documenti. Perché mai dovremmo aver bisogno di documenti rilasciati da un regime coloniale come quello cinese che ogni giorno, da più di cinquant’anni, impone al nostro popolo una brutale e sanguinaria tirannia?”, ci ha detto a marzo Tenzin Tsundue, anche lui poeta e molto conosciuto per le sue spettacolari proteste contro la Cina Popolare. La più famosa delle quali ebbe luogo nel gennaio del 2002 quando scalò la parete dell’albergo di Mumbai (Bombay) dove era alloggiato l’allora premier cinese Zhu Rongji in visita di stato in India. Una volta arrivato al 14° piano, Tsundue riuscì a srotolare un enorme striscione con la scritta Free Tibet. “Il 2008, quando grazie alle Olimpiadi la Cina è sotto gli occhi del mondo, costituisce per noi un’occasione unica per denunciare quello che succede in Tibet e le ingiustizie che i tibetani sono costretti a subire. Quindi mi sono unito a questa ‘Marcia’ perché sono convinto che i suoi obiettivi sono giusti e perché si ispira dichiaratamente agli ideali gandhiani e alla non-violenza. E’ una sadhana, una preghiera di libertà e di giustizia”.
Ovvio che un progetto del genere ha fatto infuriare Pechino che non accetta di buon grado che in nessuna parte del mondo si organizzino “attività anti-cinesi” e men che meno in India. La “Marcia” ha messo Nuova Delhi in una difficile posizione. Il Governo indiano inizialmente, ha cercato di fermarla arrestando e condannando il primo gruppo di marciatori a 14 giorni di detenzione ma poi non se l’è sentita di attirarsi la riprovazione dell’opinione pubblica internazionale e ha quindi consentito ad un nuovo gruppo di tibetani di ripartire. Ma forse l’avversario più deciso di questa iniziativa è proprio il Kashag. Lo stesso Dalai Lama, nel suo annuale discorso del 10 marzo, non ha fatto nemmeno un accenno alla “Marcia” che proprio quella mattina sarebbe partita e il 13 dello stesso mese Samdong Rinpoche, il primo ministro tibetano, ha perfino chiesto ai marciatori di fermarsi. Evidentemente Dharamsala ritiene che gli scopi e le parole d’ordine della “Marcia” (soprattutto Insorgi, Resisti, Ritorna) siano troppo radicali e in contrasto con la politica della “Via di Mezzo”, quindi ha fatto di tutto per bloccarla.
Jamyang Norbu è forse il più noto degli intellettuali tibetani. Romanziere, drammaturgo, storico ha pubblicato quasi una ventina di libri il più famoso dei quali è il pluripremiato, Il Mandala di Sherlock Holmes, una suggestiva avventura del detective inglese che si svolge alla fine del diciannovesimo secolo e si dispiega tra Bombay e Lhasa. Ai primi di aprile, Norbu ha pubblicato su alcuni siti Internet un articolo molto critico nei confronti dell’establishment di Dharamsala, dedicato sia alle dimostrazioni in Tibet sia alla vicenda della “Marcia” in India. E non a caso lo ha titolato Don’t Stop the Revolution, “In un momento così fondamentale”, scrive, “le azioni del Governo tibetano in esilio risultano incomprensibili ed allarmanti. Il 17 marzo il Dalai Lama ha convocato i dirigenti delle cinque organizzazioni responsabili della ‘Marcia’ e delle numerose dimostrazioni avvenute in India e in molti altri paesi. In quell’occasione il Dalai Lama ha ordinato di fermare immediatamente la ‘Marcia’ provocando anche una spaccatura tra gli organizzatori. Poi, sotto la direzione del primo ministro Samdhong Rimpoche, è stato creato un ‘Comitato di Solidarietà’ con il compito di assumere il controllo e dirigere tutte le azioni, iniziative e proteste che avvenivano ovunque nel mondo. Sembra che i membri del ‘Comitato’ abbiano contattato i dirigenti e i responsabili di queste campagne per chiedere di porre subito termine alle loro attività indipendenti e mettersi sotto la direzione del ‘Comitato’ stesso. Parrebbe essersi trattato di una sorta di strategia del tipo divide et impera”
Parole molto dure e gravi di cui abbiamo chiesto conferma direttamente a Tsewang Rinzin, il dinamico e volitivo presidente della Tibetan Youth Congress, “Il 17 marzo abbiamo avuto un incontro con Sua Santità in cui ci è stato detto che dovevamo immediatamente fermare la ‘Marcia’ ed entrare a far parte di un ‘Comitato di Solidarietà’ a causa della situazione che si era creata in Tibet”, ci ha spiegato Rinzin. “Dopo una serie di riunioni e discussioni abbiamo deciso che la nostra organizzazione non sarebbe entrata a far parte del ‘Comitato’ però, sia pure con molto rammarico, abbiamo accettato che la ‘Marcia’ venisse non fermata ma solo sospesa per un mese”. Una decisione sicuramente non facile da prendere per la Tibetan Youth Congress ma che fotografa bene un quadro che vede una parte del mondo politico e della società tibetana dell’esilio in grado di resistere alle forti pressioni di Dharamsala. Forse qualche anno fa un simile rifiuto non sarebbe stato possibile. Le poche voci contrarie alla politica del Dalai Lama venivano facilmente isolate. Adesso evidentemente il tasso di democrazia della società tibetana dell’esilio è migliorato anche se non è dato sapere con quanta soddisfazione da parte del Kashag. “Non potevamo aderire”, continua ancora Tsewang Rinzin, “a causa di due differenze fondamentali. La prima è che la Tibetan Youth Congress è, fin dalla sua fondazione nel 1970, per la totale indipendenza del Tibet e continuerà ad esserlo fino a quando questo obiettivo non sarà raggiunto. La seconda riguarda i Giochi Olimpici. Noi siamo contro lo svolgimento delle Olimpiadi a Pechino. Le richieste del ‘Comitato’, con le quali pur tuttavia concordiamo, riguardavano invece solo la situazione all’interno del Tibet… il rilascio dei prigionieri, l’invio di una commissione d’inchiesta e altro ancora. Ma così come non si parla di indipendenza non si parla nemmeno di Giochi Olimpici e quindi non possiamo far parte di questo ‘Comitato’”.
Proprio mentre stavo scrivendo questo articolo (6 aprile 2008), è giunta la notizia che le cinque organizzazioni non governative hanno deciso, contro il parere del Kashag, che la “Marcia Verso il Tibet” riprenderà nella seconda metà di aprile con gli scopi e gli obiettivi originari. E’ arduo predire cosa potrà accadere e se i marciatori ce la faranno ad andare avanti con la loro iniziativa gandhiana e non violenta. Se arriveranno a varcare il confine del Tibet nonostante l’opposizione delle burocrazie di Pechino, Nuova Delhi e Dharamsala. E’ però sicuro che questa iniziativa è stata il battesimo definitivo di un dissenso che il Governo tibetano non riesce a normalizzare. Un segmento importante, forse non numericamente maggioritario ma certo il più vivo, dinamico e moderno, della diaspora esprime a voce alta e organizzata la propria distanza dalle posizioni del Dalai Lama. Non, è bene sottolinearlo, dai mezzi della lotta che continuano ad essere assolutamente non violenti ma dai fini. E il consenso nei loro confronti è destinato a crescere se la politica della “Via di Mezzo” continuerà a ricevere solo rifiuti e dinieghi da parte di Pechino. A meno di colpi di scena al momento poco probabili, il solco che divide il Kashag dall’area del dissenso sembra incolmabile. E francamente sembra incolmabile anche il divario con i comportamenti e gli slogans che hanno risuonato per tutto il mese di marzo nelle vie di Lhasa e di tante altre cittadine del Tibet. Sembra difficile ricondurre alla “Via di Mezzo”, parole d’ordine come “Fuori i cinesi dal Tibet”, “Tibet ai Tibetani”, “Ranzen (Indipendenza)”, che a prezzo delle loro vite le donne e gli uomini del Tibet hanno urlato davanti ai mitra e ai carri armati di Pechino. Così come mi sembra improbabile che le folle che abbiamo visto sfilare sventolando le bandiere del Tibet indipendente, si sentano “parte della Cina”. O che vogliano l’autonomia quei ragazzi che dopo essere entrati a cavallo nel villaggio di Bora ed aver occupato la locale stazione di polizia, per prima cosa hanno ammainato dal pennone la bandiera cinese (prontamente stracciata) per issare quella tibetana.
In tutta onestà, l’atteggiamento del Kashag appare di una miopia sconcertante. Quanto è accaduto in Tibet e fuori dal Tibet dimostra con chiarezza quanto sia elevato il livello di frustrazione, disperazione e rabbia all’interno del mondo tibetano. Come non pensare che forse sarebbe meglio per il Dalai Lama prendere atto che la linea politica seguita ormai da venti, lunghi, anni non ha prodotto alcun risultato concreto e cercare dunque una via d’uscita. O che almeno accettasse la presenza di opzioni politiche differenti. Prima fra tutte quella della “Marcia Verso il Tibet”. Invece di cercare in tutti i modi di fermarla, il Kashag dovrebbe comprendere che questo progetto è il tentativo coraggioso ed arduo di fornire alla collera dei tibetani un contenitore politico razionale nei fini e una dimensione rigorosamente non violenta per quanto riguarda i mezzi,. Un orizzonte in grado di filtrare la rabbia, il dolore, il senso di emarginazione e impedire quindi, specialmente alle giovani generazioni, di essere preda di quella sorda volontà di fare che quando poggia sulla disperazione, è spesso foriera di scelte e gesti irrazionali, inconsulti, quasi sempre violenti. Dovrebbe essere chiaro al Kashag che garantire a organizzazioni, intellettuali, singoli individui, la libertà di poter esprimere un dissenso chiaro, aperto, leale, costruttivo, è la miglior garanzia perché la lotta del popolo tibetano rimanga all’interno di un orizzonte non violento. Al contrario, tentare di ridurre al silenzio, di togliere agibilità, emarginare, accusare di “lesa maestà”, quanti esprimono critiche alla posizione del Dalai Lama, forse potrà anche sfociare in una “normalizzazione” della scena politica del Tibet in esilio ma il prezzo pagato potrebbe essere terribile. Già devono vivere come profughi da oltre sessanta anni ed essere attoniti testimoni dell’impunità del regime cinese a cui nessuno osa chiedere conto dei numerosi crimini che quotidianamente commette. Se i tibetani dovessero anche sentirsi abbandonati e non compresi dallo stesso Dalai Lama, allora per qualcuno di loro la tentazione di ricorrere ad azioni estreme e a gesti disperati potrebbe divenire irresistibile. E sarebbe una tragica sconfitta per tutti, non solo per il popolo tibetano.
Vedremo come si evolverà la situazione. Vedremo cosa accadrà da qui ad agosto in India, in Tibet, in Cina e anche fuori dall’Asia dal momento che comunità tibetane sono disseminate un po’ ovunque nel mondo. E vedremo anche quello che accadrà dopo il fatidico mese olimpico. Difficile, difficilissimo fare previsioni che non siano azzardate. Però una cosa certa almeno c’è. Il Dalai Lama ha da poco ricordato, in un’intervista pubblicata sull’edizione telematica del Nouvel Observateur, come nel luglio dell’anno scorso un diplomatico cinese chiuse un incontro con i suoi rappresentanti affermando, “Non esiste alcun problema tibetano”. Bene, quanto successo nel mese di marzo nella Regione Autonoma del Tibet e nelle aree tibetane delle limitrofe province cinesi, dimostra esattamente il contrario. Un problema tibetano esiste. E pare anche non essere di facile soluzione per Pechino.


Piero Verni

(ha collaborato Karma Chukey)

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