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Confronto sull’art. 21 della “Dichiarazione universale dei Diritti Umani e Civili delle Nazioni Unite”.

Il treno che taglia il Tibet in due
29 settembre 2009

I mille problemi della ferrovia Golmud – Lhasa

Lo avevano anticipato in tanti, il vero problema è farla funzionare. La ferrovia che collega Golmud, in Cina, a Lhasa, capitale della Regione Autonoma Tibetana è il fiore all’occhiello dello sviluppo tecnologico e infrastrutturale cinese, ma mercoledì, a meno di due mesi dall’inaugurazione, un treno è deragliato. È stato un banale guasto dell’elettronica a fare uscire dai binari il vagone ristorante, nei pressi del lago Co Nag, 250 miglia a nordest di Lhasa, ma l’incidente ha costretto a una lunga attesa i circa quattromila passeggeri.
In questi primi due mesi di attività la linea ferroviaria è stata al centro delle polemiche degli attivisti per l’indipendenza del Tibet, ma i problemi non sono finiti qui. A pochi giorni dall’inaugurazione un anziano 77enne cinese moriva sul treno per le conseguenze di un edema polmonare. La ferrovia corre infatti lungo l’altipiano Himalayano ad altitudini superiori ai quattromila metri, costringendo i passeggeri ad affrontare condizioni difficoltose per i fisici meno allenati, a causa della scarsità di ossigeno. Ufficialmente i vagoni sono pressurizzati e dotati di erogatori di ossigeno ma, da allora, altre otto persone hanno perso la vita, per problemi di cuore, nel tentativo di raggiungere il tetto del mondo.

di Tenzin Tzundue

Dhargyal è terribilmente preoccupato perché la sua terra ancestrale è stata rivoltata come un campo minato e la sua famiglia nomade vaga per l’altopiano cercando un riparo temporaneo per gli yak e le pecore.
Vivendo qui, a Dharamsala, la patria in esilio del Dalai Lama in India, Dhargyal non può né tornare a casa al remoto villaggio tibetano per essere con i suoi, né smettere di preoccuparsi.

Come i familiari di Dhargyal, ci sono centinaia di tibetani che hanno perso la terra in seguito alla richiesta del governo per la ferrovia Golmud-Lhasa; molti sono ancora in attesa di essere risarciti per la terra confiscata dal governo, oppure vivono in rifugi temporanei in attesa di una sistemazione. Ed è pressoché impossibile per i poveri contadini tibetani ottenere che sia fatto qualcosa nel sistema altamente corrotto e gerarchico del governo comunista. La costruzione delle linea ferroviaria Golmud-Lhasa, che corre dall’estremo nordest del Tibet alla capitale al centro-sud del paese, è stata terminata nel settembre dello scorso anno, quasi un anno in anticipo sul progetto, ed i treni hanno cominciato a percorrerla. Questa è vantata come la ferrovia più alta del mondo e come un prodigio d’ingegneria, ma la vera sfida non è tanto la costruzione quanto il farla funzionare.
Lungo tutti i 1140 km dei binari, l’amministrazione cinese delle Ferrovie Occidentali ha acquisito vasti tratti di terreno da contadini e nomadi tibetani, tagliando attraverso la prateria che i tibetani chiamano “ Jangthang “. Poiché l’altopiano tibetano è una zona ad alto rischio sismico, i binari non si potevano semplicemente posare su una stretta striscia di terra. Sono stati creati enormi cumuli di terra con fianchi digradanti per sostenere e rendere sicuri i binari, e ciò ha richiesto grandi appezzamenti di terreno. Inoltre, più di 500 km di binari sono stati posati sul permafrost, costringendo gli ingegneri a scavare in profondità, cosicché la larghezza media dello spazio occupato dalla ferrovia ammonta a circa 100 metri.

Nello Yangpachen, dove vive la famiglia di Dhargyal, gli ingegneri in un primo tempo hanno sbagliato il tracciato, ed hanno così dovuto modificarlo, abbandonando chilometri di scavi. I contadini si lamentano del fatto che la fragile composizione del suolo è stata alterata e quella terra non può più essere coltivata, e che solo per livellarla sarebbero necessari macchinari pesanti e centinaia di giorni di duro lavoro da parte di gente molto povera. Nomadi del Nagchu, Damxung e Yangpachen raccontano che da quando è arrivata la ferrovia c’è stata una moria di animali sotto ai ponti sopraelevati. Le Ferrovie Cinesi hanno costruito ponti sopraelevati e sottopassaggi per gli animali, ma i nomadi sostengono che gli spazi tra i piloni che sostengono i ponti sono troppo stretti. Gli animali come le pecore, gli yak, i chiru ( antilope tibetana) ed i kiang ( asini selvatici) pascolano in grandi branchi – formati a volte da diverse centinaia di capi – e questi branchi, correndo tra i piloni dei ponti,tendono ad accalcarsi; in tal modo decine dei più piccoli e deboli muoiono. Ciò che è stato progettato per essere un via sicura si è rivelato essere una trappola mortale per animali selvatici e domestici.

Ogni giorno Dharamsala riceve profughi tibetani che scappano in India, e con loro arrivano aggiornamenti sulla costruzione della ferrovia e su cosa ne pensano i tibetani rimasti. Man mano che si avvicinava il primo luglio, data dell’inaugurazione della ferrovia, i tibetani temevano sempre più che il Tibet si sarebbe riempito di ladri e rapinatori provenienti dalla Cina. Questo evoca immediatamente strani ricordi delle invasioni di Gengis Khan o degli exploits dei signori della guerra nel Tibet orientale dei tempi antichi. Ma nel 2006 i tibetani si preoccupano del flusso di migliaia di migranti cinesi in cerca di occupazione; questi sono laureati ma disoccupati, formati ma senza esperienza e spesso portano con sé gioco d’azzardo, rapine e traffico di stupefacenti. Per essi il treno è un passaggio diretto per una terra di opportunità. E la Cina in effetti reclamizza il Tibet come “Xizang”, che significa “ Casa Occidentale del Tesoro “. In città cinesi come Chengdu, Shenzen, Shanghai, Beijing e Guangzhou , la ferrovia è pubblicizzata e i biglietti venduti per cifre irrisorie, come 49 dollari USA e possono arrivare fino a 160 dollari per la classe di lusso. A Londra agenzie di viaggi come GW Travel promuovono un viaggio di lusso sul treno per il Tibet a 4195 Sterline britanniche. Compagnie canadesi come Bombardier Inc e Nortel sono direttamente coinvolte nella costruzione della ferrovia con supporto logistico. Stanno facendo affari d’oro al costo di danni irreparabili per il Tibet .

Le maggiori città tibetane come Lhasa, Golmud, Chamdo e Shigatse sono già invase dai cinesi; negozi, ristoranti, pensioni e hotel sono di proprietà cinese mentre i tibetani rimangono spettatori silenziosi di queste attività commerciali. Nel 1997 la Cina tentò di risistemare 80.000 cinesi in una remota area della provincia di Amdo nel Tibet del nordest. La campagna pro Tibet scatenata da sostenitori occidentali fece sì che la World Bank ci ripensasse. In seguito il governo cinese dovette ritirare il progetto per mancanza di finanziamenti. Secondo una stima fatta dal programma di sviluppo cinese, circa 200 milioni di cinesi si stabiliranno in Tibet per il 2015. Già ora i tibetani sono una minoranza nel loro stesso paese. Con l’arrivo delle ferrovia i tibetani in Tibet temono di sprofondare nell’insignificanza. Il conteggio dei turisti rilasciato dal dipartimento del turismo del governo cinese può essere indicativo; di 1.220.000 turisti l’anno scorso, il 92% erano cinesi, mentre negli anni 80 il piccolo afflusso turistico era essenzialmente di stranieri. La costruzione di una ferrovia da Beijing a Lhasa è stata per lungo tempo un sogno de Partito Comunista Cinese, fin dai tempi di Mao Zedong. Jung Chang, la più recente autorità sulla vita di Mao, parlando dell’invasione del Tibet da parte della Cina, scrive che quando, nel 1950, le Guardie Rosse non riuscirono a penetrarvi per via della natura montuosa ed impervia del territorio, Mao usò il doppio gioco promettendo l’autonomia al giovane Dalai Lama. In seguito, una volta aperte le strade, la Cina mandò l’Armata di Liberazione Popolare (PLA) ad occupare il paese anticamente proibito.

Le linee ferroviarie in paesi occupati dai cinesi come la Mongolia interna, la Manciuria, la zona islamica del Turkestan Orientale (Xinjiang), hanno da tempo portato un gran flusso di popolazione cinese Han in questi territori. Oggi, l’85% della popolazione della Manciuria è Han. I mongoli a stento parlano ancora la loro lingua e gli irrequieti turkestani orientali sono sotto il controllo della PLA. La ferrovia fa parte del programma di sviluppo occidentale della Cina; in una più vasta prospettiva serve anche ad ottenere un più veloce ed pratico modo di raggiungere la cintura himalayana. La Cina ha in progetto di estendere la ferrovia alle città del Tibet meridionale come Shigatse, Gyangtse e Yatung. Altre due reti ferroviarie si collegheranno dal Chengdu e dallo Yunnan alla ferrovia di Lhasa. L’India riconosce queste come mosse strategiche militari e sta attentamente osservando gli sviluppi. Ciò crea automaticamente forti pressioni su altri paesi dell’Asia del sud.La ferrovia per Lhasa è, da un altro punto di vista, una mossa strategica da parte della Cina per omogeneizzare il Tibet con l’introduzione dello sviluppo moderno di stile cinese. Eppure, stranamente, i Tibetani non possono partecipare a nessuno di tali progetti si sviluppo, in quanto mancano della conoscenza tecnica e scientifica necessaria. Tutti i lavori di falegnameria, idraulica, meccanica elettrica o elettronica forniscono una scusa per importare ed impiegare manodopera cinese.

Nel 1997 andai a piedi in Tibet. Fui arrestato perché non avevo documenti per l’entrata. Mentre mi portavano a Lhasa dal Tibet occidentale in una macchina della polizia, ci fermammo nella città di Lhatse. Vedendo una famiglia tibetana che suonava il liuto per chiedere l’elemosina, chiesi all’ufficiale, per provocarlo: “Ma voi non date istruzione ai bambini tibetani? In India tutti i bambini tibetani ricevono istruzione gratuita”. A questo l’autista tibetano, che sosteneva di essere al servizio del governo da trent’anni, rispose “I tibetani sono gente pigra, non lavorano sodo, a che scopo educarli? I cinesi possono fare tutti i lavori tecnici per noi”. Quell’atteggiamento sottomesso mi scioccò, e mi fece comprendere quanto profondamente l’occupazione ha corroso la nostra gente. La ferrovia può segnare l’arrivo simbolico della nuova invasione. Ciò che sta realmente invadendo il Tibet adesso è la mentalità consumistica sotto forma di bar karaoke, alcolismo, prostituzione, traffico di droga, sfruttamento minerario e turismo esagerato; una vita motivata dal commercio imposto dalla cultura rampante dell’economia di mercato.
Tutto questo è direttamente in conflitto con i principi basilari della vita tibetana. Ma con una facciata di liberalismo e di sviluppo che fa intravedere le comodità della vita, ci può essere scarsa resistenza alla nuova invasione. Ciò che la Rivoluzione Culturale non poté distruggere con la brutalità e l’indottrinamento comunista, ciò che la legge e l’oppressione del pugno di ferro non sono riusciti a distruggere in tutti questi 50 anni dall’invasione cinese, può ora essere sul punto di cedere davanti alla globalizzazione.

Se la Cina volesse davvero portare lo sviluppo in Tibet, Beijing dovrebbe ascoltare le richieste dei tibetani. Introdurre la loro idea di “sviluppo” ed imporla ai tibetani non è altro che un atto di sopraffazione, come quella verso le popolazioni povere della Cina rurale ed operaia; queste hanno vita dura mentre l’élite che guida il paese o ha agganci col governo gode dei frutti del lavoro, sudore e sangue di milioni di cinesi ordinari. Se i Tibetani vogliono sviluppare il loro paese, acquisire nuove e moderne tecnologie, dovrebbero poterlo fare in base ai propri bisogni. Tutto ciò non può continuare. Il giorno che la Cina ha mandato il primo treno in Tibet, ero per la prima volta in Inghilterra; insieme ad altri dimostranti tibetani e sostenitori stranieri abbiamo urlato a pieni polmoni, “Cina, ferma il Treno” davanti all’ambasciata cinese a Londra. Proteste simili si sono verificate simultaneamente in tutto il mondo. Il primo luglio di quest’anno è e sarà una “giornata nera” per i tibetani ed i loro sostenitori.

Più di 50 ragazzi tibetani del Tibet Youth Congress, la principale NGO tibetana, hanno invaso l’ambasciata cinese a New Delhi. Dopo aver superato il filo spinato sui muri del complesso dell’ambasciata, i giovani attivisti tibetani hanno dato fuoco alla bandiera cinese, gridando slogan come “fermate il Treno”, “ Tibet libero”. Quando tutte le preghiere, le petizioni, le proteste non funzionano, come il Mahatma Gandhi dovremo infrangere delle regole; infrangere le leggi usate dai prepotenti e dai bruti come mezzi per sopprimere ulteriormente la verità. Sono convinto che dovremo davvero farlo; la parti complici si disperderanno naturalmente.

Nel Tibet blindato dal regime la festa più triste fra i soldati
29 settembre 2009

IL REPORTAGE. I fedeli del Dalai Lama hanno celebrato il loro Capodanno senza sfarzo.  Prima della stretta cinese

L’esercito controlla Lhasa. Cacciati i turisti stranieri
di RAIMONDO BULTRINI

Di ritorno da Lhasa (Chengdu) – La mestizia della vigilia era nell’aria. Il Losar, il Capodanno tibetano, non è mai stato così sotto tono come quest’anno, nonostante i fuochi d’artificio a profusione che hanno illuminato la vecchia e la nuova Lhasa dei templi e dei grattacieli, delle grandi shopping mall e dei ritrovi notturni. È stata un’idea dell’amministrazione cittadina filo-cinese quella di mostrare una città felice e pronta a festeggiare come sempre. Ma ciò che abbiamo visto nel cuore del culto lamaista tibetano, presso l’antico tempio del Jokhang che fu il primo nucleo della città di Lhasa costruito dal Re divino Songtsen Ganpo, raccontava una realtà completamente differente. Molti tibetani ambulavano attorno al bazar del Barkor e giunti di fronte al Jokhang si prostravano davanti alle statue dei Buddha con particolare fervore.

Ben pochi si fermavano però durante il Kora (il giro rituale in senso orario) per acquistare nelle bancarelle vestiti nuovi, fuochi d’artificio, giocattoli per i bambini come tradizione. Solo le composizioni di farina d’orzo dai colorati disegni di buon auspicio da mettere sugli altari andavano a ruba.

Uno dei motivi di tristezza, a parte il lutto per la morte di tanti tibetani in rappresaglia alle rivolte del marzo 2008, era la presenza sui tetti del circuito e proprio di fronte al Jokhang di militari con i fucili puntati, oltre alle ronde armate che a passo marziale attraversavano continuamente il grande piazzale in file di otto. La Cina temeva qualcosa di grave da molte settimane, forse da mesi. Non era difficile intuirlo, visto che quest’anno ricorrono i 50 anni dalla rivolta anticinese del 10 marzo 1959 che provocò il cannoneggiamento del Palazzo d’Estate del Dalai lama e la conseguente fuga in India di Kundun, “Sua Presenza”, definito oggi da Pechino il “capo della cricca separatista”. Anche i turisti giunti nella capitale in occasione del Capodanno sono stati allontanati ben prima della ricorrenza, e negli ultimi giorni prima della scadenza del nostro permesso speciale, anche noi siamo stati traslocati senza troppi complimenti da un albergo del centro in un altro verso la periferia. Ciò che abbiamo potuto vedere prima del forzato rientro a Chengdu, la metropoli del Sichuan tradizionale base di partenza dei gruppi turistici per Lhasa, mostrava chiaramente che, come lo scorso anno, anche stavolta le autorità hanno faticato a comprendere da quale parte avrebbe colpito il “nemico”.

In quasi ogni angolo del centro erano piazzati soldati in assetto antisommossa, che si stanno esercitando da tempo a placare eventuali disordini di piazza, per evitare di intervenire in ritardo come un anno fa quando lasciarono Lhasa per quasi tre giorni in mano ai ribelli che hanno distrutto negozi e perfino ucciso dei commercianti han. Anche sotto la finestra dell’albergo cinese scelto per noi dall’”Ufficio Turistico”, decine di soldati imparavano ad usare gli scudi, i manganelli e a menare calci con ore e ore di pratica al giorno, davanti agli occhi di tutti.

Evidentemente le prove di forza militari si sono rivelate impotenti di fronte a un gesto disperato come il pubblico tentativo di suicidio nella piazza Tienanmen, lontana dall’epicentro del conflitto cino-tibetano. Quando almeno due monaci si erano uccisi alle porte di Lhasa nel 2008, ben pochi avevano potuto avere conferma della notizia, perché avvenne dentro ai monasteri circondati dall’esercito subito dopo le prime manifestazioni pacifiche dei religiosi, partiti da Drepung, Sera e Ramoche, quest’ultimo a poche traverse di distanza dal Jokhang. Da allora i complessi monastici sono stati “ripuliti” degli elementi sovversivi, in particolare Drepung, anticamente sede di oltre diecimila preti della scuola Gelupa, la stessa del Dalai Lama, dove – secondo informazioni attendibili – non restano oggi che 400 anime. Molti sono tornati nei loro villaggi per celebrare il Losar con le famiglie, ma molti di più sono quelli che hanno dovuto togliersi la tonaca per decisione del Comitato (politico) religioso che sovrintende all’attività spirituale dei monasteri.

E’ stato praticamente impossibile ottenere informazioni sulla loro sorte, e ogni domanda avrebbe potuto creare imbarazzo alle guide, assegnate 24 ore su 24 ore al controllo dei rari turisti che avevano ottenuto – come noi – uno degli ultimi permessi per visitare i luoghi santi del Tibet. In ogni caso nessun cittadino di Lhasa né i pellegrini giunti da regioni spesso lontanissime come il Kham, verso i confini orientali con la Cina, avrebbe del resto potuto e probabilmente voluto parlare con un occidentale. Anche loro, per compiere il rituale percorso dei luoghi sacri, devono ottenere permessi speciali da parte dell’apposito ufficio dell’immigrazione interna, come stranieri nella propria terra.

Anche per questo, ci hanno detto a Chengdu numerosi tibetani che fanno la spola settimanalmente con Lhasa, il malessere della popolazione è cresciuto in questi 50 anni di pressoché totale dominio cinese di ogni aspetto della vita sociale e perfino religiosa del popolo delle nevi. Perfino la stele che commemora davanti al Jokhang un antichissimo trattato dell’823 di non belligeranza e non interferenza tra l’allora re tibetano e l’imperatore cinese è stata circondata da un muro e da un cancello che racchiudono la promessa “d’amicizia eterna” scolpita sulla pietra 1200 anni fa. Delle chiavi dispone il presidente del “Comitato religioso” del Jokhang.

(26 febbraio 2009)

A letter from a Tibetan inside Tibet
29 settembre 2009

ICT[Wednesday, November 19, 2008 11:47]

A young, educated Tibetan who returned to eastern Tibet after studying in exile sent the following letter to ICT about the Special Meeting. An English translation from the original Tibetan is provided below. Details of the identity of the writer have been withheld at his request for his safety

“I am a Tibetan who was educated in India as a youngster but who returned to Tibet. I worked for various companies in Tibet, and visited different countries in the West. Tibetans inside Tibet can be quite successful in setting up businesses and finding jobs. This is important because we have to take part in the new economy and in all walks of life, and we have to make ourselves less dependent on the Chinese.

This year our businesses were of course hit hard, as we were affected in all spheres of life by everything that happened since March. The situation inside Tibet is desperate. Even in an anonymous letter I am afraid to fully speak out. The names of friends that are in prison can’t be mentioned because while they are not yet sentenced, any evidence of a link with the outside world will further jeopardize their situation. Even though things have normalized a little since the end of the Olympic Games, the Chinese authorities use all efforts to silence people inside Tibet and also to create distrust and antagonism between the nationalities. Because of the terrible propaganda on TV and in other media, Chinese people these days are either afraid of or angry at any Tibetan they meet, while we are left furious when we see the propaganda that is being broadcast on television.

Let me start by saying how great it was to see the demonstrations during the torch relay and during the Olympic Games itself. After all that happened in March, it gave people in Tibet hope. It showed us that Tibet is not forgotten. The Tibetans living outside Tibet did a great job. They keep the cause alive. I really support all of you involved in that, and hope that you become even more effective in the future. China is always concerned about their good reputation. This year they were very embarrassed because of the demonstrations during the torch relay. As a super power they need a good reputation and losing face is a very big thing in Chinese culture. So for the future of Tibet, it is very important that China is reminded of the unacceptable situation inside Tibet.

I myself and others like me did not take part in demonstrations because we think we can contribute to the improvement of Tibet by focusing on our work and business. We believe that we can strengthen the Tibetan nationality in that way. But at the same time we support the demonstrations, even if it makes us suffer as well. That is okay, because we know it is for the good of our people. In terms of our struggle at large we must stay non-violent at any cost. China will be happy if Tibetans become more violent because it will give them an opportunity to portray Tibetans in a negative way. They are always eager to show that Tibetans in India instigate violence. It emphasizes how important the non-violent Middle Way approach is.

Even Tibetans who work for the government inside Tibet feel strongly about their nationality. I hear how Tibetan police officers in Lhasa and Tibetans working for the army were really very upset when they saw how the army responded to demonstrations this year. But they could not do anything. They were very angry when a Tibetan lady gave the names of several protesters to the authorities. They called her a whore and told her not to hand in Tibetan protesters. Also well-educated young Tibetans who went to school in China are often deeply patriotic. When they return to Tibet to work for the Chinese government they see the difference in how people are ruled in China and how they are controlled in Tibetan areas, and in particular how people are ruled in the Tibet Autonomous Region (TAR). But inside Tibet, it is very difficult to receive good information. We can never open Tibetan websites such as http://www.phayul.com/ and websites of Tibet organizations. Some movies on YouTube also can’t be opened. The foreign companies that provide the search engines in China have no business ethics; they help the Chinese government to block information.

For the important meeting taking place in Dharamsala this week, there are two main things I would like to say.

As a Tibetan inside Tibet who has also seen places outside my country, including Western countries, I think that the danger for Tibet is not whether we achieve independence or autonomy, but whether we manage to keep our culture alive. I don’t think an agreement will be reached with regards to full autonomy or independence. Perhaps in the future [there will be] some sort of autonomy. But the main issue is how we preserve and develop our culture. The main issue is the survival of our race and our way of life. People in Tibet, people who are part of our country, they are losing their culture. They prefer to communicate in Chinese and take on Chinese lifestyles. But in India you see the same. People talk to each other in English or Hindi. Tibetans lose their affinity with the Tibetan ways of life. When we look at the border areas in eastern Tibet, we see what will happen in central Tibet in the future. Our culture and our race will be completely assimilated and swallowed up by Chinese culture.

In order to keep the Tibetan cause alive, the most important thing is to keep the culture of Tibet alive. In India the Tibetans are supposed to keep the culture alive, but you see where it is happening. Are they staying together as a community? People are moving around the globe. The new generation of Tibetans around the world won’t want to return to Tibet. So who is going to keep the cause alive? My point is that as part of any sort of negotiations of initial agreement, a priority should be given to the possibilities of exile Tibetans traveling to Tibet. It is very important that Tibetans outside Tibet take an interest in visiting Tibet, and if possible working in Tibet, setting up projects or businesses inside Tibet. In particular in the areas close to the Chinese areas, the climate is more relaxed and Tibetans can achieve a lot. Because Tibetans from outside Tibet are generally well educated, are well informed and are very broad-minded, they have a tremendously positive impact on the community inside Tibet. They can influence local people, not engage in politics. In this way they can keep the cause alive.

In line with this, there is a need to thoroughly rethink the strategy. The dialogue with the Chinese is not likely to yield any result soon. On the question of independence or autonomy there is not much choice; it is certain that full independence will never be debatable. In the meantime, time is running out for Tibet and Tibet’s culture. I am from a Tibetan area that does not fall under the TAR. But I myself have come to the conclusion that perhaps it is important to consider that [if it is offered], whether we should accept full autonomy for [just] the TAR… [This is a controversial viewpoint, as it implies the exclusion of Tibetan areas of Qinghai, Sichuan, Yunnan and Gansu provinces.] .You see that in Lhasa and some other major cities, as well as areas close to mainland China, 60 to 80% of businesses belong to Han [Chinese] immigrants [and] the situation is urgent.

I would like to express the wish that we keep up our strong desires, and our spirit to fight for freedom, dignity and peace for our people. I pray for the long life of His Holiness the Dalai Lama, and I pray for those who gave up their lives for Tibet and those that are still in prison.”

Tibet, 15 November 2008

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Bjork - Declare Independnce for Tibet - Shanghai Ngawang Sangdrol: Undying Cry for Freedom Tibet The Story Of A Tragedy
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